martedì 12 maggio 2009
Contro lo spot Coca-Cola
Penso che ognuno di voi abbia avuto una reazione, magari diversa uno dall'altro, vedendo questo spot pubblicitario. Ad uno primo sguardo potrebbe sembrare carino, simpatico, addirittura intelligente. Poi è naturale storcere il naso vedendo che è uno spot della coca-cola, con le conseguenze ovvie che vengono alla mente, cioè che è una multinazionale, che chi commissiona la pubblicità non è certamente in quelle condizioni, ecc. ecc..
In realtà il problema è ben più serio: qui ci è posta come naturale qualcosa che non lo è.
La crisi finanziaria che ormai si è largamente diffusa nell'economia reale ci è raccontata come un fatto naturale, sì terribile, ma inevitabile. Il pensiero dei grandi lobbisti così predomina incontrastato facendo il lavaggio del cervello alle masse di lavoratori che prima di tutti stanno pagando. Alle corporations fa comodo che la pensi che la crisi economica sia un fatto con le stesse caratteristiche di casualità di un'eruzione vulcanica, in modo che così i grandi manager e le multinazionale, come appunto la coca-cola, possano continuare con le loro speculazioni e i loro sfruttamenti (ricordiamo che la coca-cola ha interessi in moltissimi campi, fino alle armi). La povera gente in questo modo non potrà protestare, lamentarsi, pensare di poter fare qualcosa; non penserà di dare la colpa ai grandi industriali che hanno causato la crisi, al massimo penseranno che tutto questo l'ha voluto Dio.
Dobbiamo fare in modo che questo indottrinamento attraverso il mezzo televisivo sia fermato!
Non possiamo permettere che i grandi borghesi ci impongano sopportare e patire per i disastri da loro causati, nel solo nome dell'arricchimento sfrenato!
I lavoratori devono liberarsi dalle catene dell'oppressione capitalistica e non accettare più che questo sistema continui ad esistere!
Contrastiamo questo spot che ci dice di stare buoni e subire, ribelliamoci subito e l'effetto sarà immediato!
Contro la Coca-Cola, contro lo sfruttamento capitalistico!
Sic hic iocus finem habet.
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domenica 15 febbraio 2009
4 Mesi, 3 Settimane e 2 Giorni (recensione)

di Cristian Mungiu (2006)
con Anamaria Marinca, Vlad Ivanov, Laura Vasiliu
Otilia e Gabita, due studentesse che condividono la stanza in un dormitorio universitario, vivono la loro vita durante gli ultimi anni del comunismo in Romania, sotto Ceausescu. Gabita è incinta ma non vuole il bambino, e Otilia contatterà un uomo che, illegalmente, pratica l'aborto; ma il costo sarà molto alto.
Vincitore della Palma d'oro a Cannes, 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni è un capolavoro che difficilmente si può ridurre a parole.
L'ambiente in cui avvengono i fatti è forse il vero protagonista del film: i luoghi sono grigi, bui, freddi; le persone non sono certo migliori, vediamo infatti portieri di alberghi curiosi e meschini, fidanzati con rapporti artificiali, famiglie ipocrite e false. lo specchio di un paese, alla fine degli anni Ottanta, ancora sotto la morsa del comunismo, con la conseguente alienazione di ogni singolo individuo, che non può più cercare un contatto sincero e immediato.
L'unico spiraglio, nel film, è l'amicizia tra Gabita e Otilia, che sarà messa a dura prova dalla gravidanza indesiderata della prima, e dall'aiuto offertole dall'amica.
Questo non è un film sull'aborto, o meglio, può diventarlo in quanto ogni azione proibita, nell'ambito dittatoriale, che rientra nei diritti fondamentali, nel momento in cui diventa necessaria si trasforma in un trauma, in una tragedia. Qui l'aborto, ma potrebbe veramente essere stata qualsiasi altra cosa.
Il dolore portato da questo evento, amplificato al massimo dalla consapevolezza di essere fuorilegge e dal senso di colpa represso, è dominante in ogni scena, fino allo scioglimento finale, in cui l'unico rifugio, l'unica soluzione è cercare di dimenticare: dimenticare la legge, dimenticare la violenza inflitta a sé stessi, da altri e ad altri, dimenticare di essere umani.
Possiamo dire con certezza di fronte ad un film neo espressionista, che sottolinea, carica di pathos ogni situazione attraverso lo studio scientifico, attraverso l'analisi e una messa in scena cruda e vera. Inutile dire che la recitazione è superba, come quasi ogni altro aspetto dell'opera.
Un film che cambia il modo di vedere il cinema, un capolavoro.
Voto: 10/10
sabato 31 gennaio 2009
Halloween - The Beginning (recensione)

di Rob Zombie (2007)
con Heater Bowen, Daeg Faerch
La notte di natale un bambino di dieci anni, Micheal Myers, fa una strage della sua famiglia, risparmiando solo la sorellina. Quindici anni dopo, evaso dall'ospedale psichiatrico in cui era stato internato, tornerà a cercarla.
Sono alcuni anni ormai che il genere horror vive di remake di film degli anni settanta, o di prequel, o di seguiti di remake. Questo è addirittura una novità in materia: è un prequel per la prima metà film, poi diventa un remake. Se ne sentiva il bisogno. L'originale è evidentemente Halloween di Carpenter, pilastro di tutto il cinema horror. A seguire questo progetto è stato Rob Zombie (qui regista, sceneggiatore e anche produttore), persona ormai nota nel genere, autore del bel 'La casa dei 1000 corpi' e dell'eccellente 'La casa del diavolo'. Dispiace, e non poco, vedere come Zombie questa volta abbia fatto un cattivo lavoro. Non c'è molto da dire, il tran tran si intuisce già dai primi momenti: il ritmo è inesistente ci si annoia subito, gli attori sono alquanto incapaci e anche mal diretti, mancano punti particolarmente avvincenti (fatta esclusione forse per gli ultimissimi minuti di film), la sceneggiatura è mediocre, le uccisioni sono alquanto prive d'inventiva. In pratica, il film non è divertente, anzi, a tratti può risultare addirittura sgradevole. Si salva, in extremis, la regia, che non scade in banalità o in manierismi, ma non è sufficiente. Ripeto: dispiace, perché Zombie ha grandissime potenzialità e le ha dimostrate, speriamo che questa sia una caduta momentanea.
Voto: 5/10 (regalato)
giovedì 15 gennaio 2009
The Millionaire (recensione)

di Danny Boyle (2008)
con Dev Patel e Freida Pinto
Jamal Malik è un diciottenne orfano cresciuto nella baraccopoli di Mumbai. Si ritrova però a leggere la domanda finale da venti milioni di rupie nel noto show televisivo, pur non avendo ricevuto alcuna educazione, e viene arrestato e interrogato per presunta truffa. Così verremo a sapere della sua mirabolante vita.
Per parlare di questo film è bene partire dalla fine, più precisamente dai titoli di coda; alla conclusione delle vicende infatti assistiamo ad un ballo di gruppo in puro stile Bollywoodiano, o, se volete, in stile musical. Premesso che abbiate visto il film, se arrivate ai titoli di coda rimanendo sorpresi significa che avete capito ben poco, in quanto è sicuramente la scena che meglio rappresenta il film stesso. A questo punto tutto dipende da cosa vi aspettate da un prodotto cinematografico, qualunque esso sia. Con The Millionaire ci troviamo di fronte infatti a un puro divertissement, ignobilmente mascherato con facciata che illude che sia presente una qualche denuncia sociale o uno sfondo realistico. Il protagonista per tutto il film infatti racconta la sua vita disgraziata in una delle zone più povere del mondo, tra fanatismo religioso, criminalità, speculazioni, ma anche fratellanza e amore. Qui è obbligatorio parlare del piano su cui è rappresentata la vicenda: se un qualunque film, senza fare distinzioni, vuole rappresentare la realtà passa attraverso la finzione, quindi la messa in scena che siamo ben consci non essere la vera realtà. Qui Boyle va oltre: non rappresenta la realtà attraverso la finzione, ma mette in scena una realtà filtrata due volte dalla finzione. Fondamentalmente questo è il motivo per cui molto critico apprezzano Boyle, anche come 'innovatore'. Il problema è che così facendo si crea un'opera di buon intrattenimento forzando le situazioni e i sentimenti, e questo è molto grave quando si parla di realtà difficili come quella indiana. In pratica The Millionaire è un musical senza musica, un film falso che più falso non si può, costruito sull'illusione e sul fittizio; è una grande e bella bolla di sapone, solo che pochi se ne sono accorti, anche a causa degli aspetti più formali, come la regia troppo veloce che non ci lascia il tempo di pensare e di accorgerci che quello che stiamo guardando non è nulla più che fumo. Il tutto aggravato, e qui penso che tutti siano d'accordo, da una costruzione troppo macchinosa e artificiale, a volte addirittura ripetitiva (domanda- evento della vita-domanda...). Non è così che si fa cinema.
Voto: 4,5/10
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martedì 13 gennaio 2009
Gomorra Escluso dagli Oscar

Già con la sconfitta ai Golden Globe si poteva intuire che Gomorra non aveva poi molte possibilità di ambire a qualche Oscar, forse perchè l'Academy non sopporterebbe che un film molto premiato in Europa potesse esserlo anche nel loro Paese (non sia mai che qualcuno giudichi bello qualcosa prima di loro) . Quello che fa più riflettere però è l'importanza data a The Millionaire, il mediocre film di Boyle, che dopo aver sbancato i Golden Globe è il grande favorito agli Oscar. Basta veramente un pizzico di polvere negli occhi per convincere una giuria cinematografica?
giovedì 11 dicembre 2008
12 (recensione)

12 (2007)
di Nikita Mikhalkov con Nikita Mikhalkov, Viktor Verzhbitsky
12 ( il titolo prende nome sia dal giorno dell'avvenimento narrato sia dal numero dei giurati) è un riadattamento del film di Lumet del '57 'La parola ai giurati': una giuria si riunisce per decidere su di un caso apparentemente semplice, ma uno instillerà in tutti gli altri il germe del dubbio. Mikhalov riadatta il tutto ambientando il fatto in Russia e ponendo come apparente colpevole un ceceno, accusato di aver ucciso il patrigno, un ex-soldato in congedo.
Il film fa parte nel filone abbastanza recente del nuovo cinema russo, reso famoso internazionalmente da 'I Guardiano della Notte', che apparentemente ha ben poco a che fare con questo, essendo un action-fantasy molto commerciale. Se però per differenza confrontiamo questi due film con un filone russo più classico, che va da Tarkovsky a Sokurov, ci parranno più chiare le analogie. Lo stile è più asciutto, perde tutto il lato lirico e il montaggio si fa estremamente veloce, fino a diventare frenetico nelle scene d'azione; la lentezza, l'indugiare sul particolare che hanno reso famosi i due registi sopra citati sono stati dimenticati in favore di un cinema più fruibile al grande pubblico. 12 trova qui il suo punto più importante, e nell'aver portato questo modo di fare cinema ad un genere non solo commerciale, ma anche d'autore. Per il resto i realtà c'è poco da dire : a turno ognuno dei 12 giurati racconterà più o meno la propria storia, per arrivare ad un finale non scontato ma forse un po' lontano dalla nostra mentalità per essere compreso appieno. Le recitazioni sono nel complesso buone, il ritmo a volte risente della fastidiosa interruzione dei flashback e due ore e mezza non sono poche (ricordiamo che tutto il film è ambientato in una palestra), ma tutto sommato il lavoro è più che discreto e non ci sono note particolarmente dolenti. L'attualizzazione con la situazione cecena non riesce a sopperire totalmente alla mancanza di originalità, ma non si ha la sensazione di 'già visto'; se siete interessati all'evoluzione del cinema russo, è un must.
Voto: 7,5
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mercoledì 3 dicembre 2008
Nella valle di Elah (recensione)
Nella Valle di Elah (2007)
di Paul Haggis con Tommy Lee Jones, Charlize Theron
Hank (Tommy Lee Jones), anziano veterano di guerra, riceve una telefonata dalla base militare in cui era di servizio il figlio, e viene a sapere che è scomparso pochi giorni dopo essere tornato dall'Iraq. Qui comincia la ricerca, che porterà Hank a scoprire che il figlio ha fatto una bruta fine in suolo americano.
Paul Haggis, dopo la brutta prova di Crash- Contatto Fisico, corregge il tiro e riesce a creare un discreto prodotto, almeno all'apparenza. L'impianto del film è estremamente classico, e qui possiamo trovare probabilmente sia il maggior difetto del film sia il motivo del miglioramento di Haggis. E' quindi palese che ci troviamo di fronte a uno dei registi più sopravvalutati degli ultimi tempi, se qui per riuscire a creare qualcosa all'altezza delle aspettative ha dovuto barricarsi dietro a una struttura tanto curata quanto semplice e priva di idee. Il cuore del film non è certo nella struttura, ma nel tema, quindi la guerra, il dolore di dover combattere e l'impossiblià della reintegrazione sociale. Anche qui potrebbero alzarsi delle critiche ('troppo facile', o qualcosa del genere), e non sarebbero neanche del tutto sbagliate. L'elemento che più colpisce è però la posizione che assume Haggis nei confronti dei temi che tratta: a una prima occhiata potrebbe sembrare che sia un film che accontenta tutti, sia i pro che i contro (alla guerra); ad un'analisi più approfondita però ci accorgiamo che Haggis ha un'idea molto precisa: in pratica, il messaggio del film è che la guerra non è sbagliata, anzi, potrebbe anche essere giusta, è proprio la guerra in Iraq che è sbagliata. Le critiche maggiori al film vengono mosse per questa posizione, guerrafondaia, ma forse sarebbe più giusto criticare l'eccessiva retorica con cui questa tesi viene sostenuta. Se Haggis avesse osato di più, nella forma e nel contenuto, probabilmente avrebbe fatto un lavoro molto peggiore di questo, che avendo una struttura molto solida, benchè scontata, e dei bravi interpreti (Charlize Theron a parte, coi capelli scuri sta davvero male), riesce a raggiungere la sufficienza.
Voto: 6
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